La nuova plastica biodegradabile dagli scarti del cotone

La nuova plastica biodegradabile dagli scarti del cotone

Tempo di lettura: 3 minuti

Parlando di inquinamento da plastiche, è doveroso dare uno sguardo ai nuovi progetti nati per contrastare tale fenomeno. Ecco un approfondimento su due importanti iniziative.

  • Il lancio di un materiale innovativo testato dai ricercatori australiani della Deakin University: hanno scoperto come ottenere bioplastica dagli scarti delle fibre di cotone (linter).
  • Il progetto italiano Earth Bi: un materiale plastico biobased e biodegradabile. Il progetto combina progresso tecnologico e sostenibilità ambientale, puntando a trasformare l’intero settore produttivo della plastica.

Vediamo di cosa si tratta, nello specifico.

Che fine fa la plastica non biodegradabile?

La plastica attuale è un polimero sotto-derivato del petrolio. In quanto tale, pochi sanno che non è biodegradabile. Attualmente la plastica può essere smaltita in impianti dedicati, essere riciclata, cioè reimmessa in produzione mediante un processo di trasformazione, ma non può in alcun modo essere assorbita dall’ambiente alla stregua delle altre materie organiche.

La plastica derivata dal petrolio non è mai biodegradabile, al massimo può disintegrarsi in microplastiche ma non si dissolve. Le microplastiche penetrano nei tessuti organici, galleggiano sui mari, vengono trasportate dai venti e vengono persino inglobate nell’orogenesi delle rocce. Tant’è che i geologi da tempo parlano di Antropocene, riferendosi all’attuale era geologica caratterizzata dagli inquinanti dovuti all’industrializzazione degli ultimi tre secoli e visibili nella conformazione delle rocce più recenti.

Bioplastica dagli scarti del cotone

La scoperta di nuovi materiali ha la massima urgenza perché, in fin dei conti, è difficile immaginare un mondo che rinuncia a cuor leggero alla duttilità della plastica. L’unico modo per salvare il Pianeta è sostituire la tradizionale plastica inquinante con le nuove plastiche 100% biodegradabili.

Dopo ben 18 mesi di sperimentazioni, la Deakin University annuncia la scoperta di una nuova bioplastica prodotta dagli scarti del cotone. Il team coordinato dalla dott.ssa Maryam Naebe è partita dal linter, una fibra di scarto prodotta nella lavorazione del cotone, e lo ha letteralmente sciolto in un polimero liquido, modellabile e duttile come la plastica tradizionale. Ad esempio, si può ottenere un film plastico biodegradabile utile per la produzione di imballaggi.

Si tratta di un passo fondamentale per contribuire alla crescita dell’economia circolare: si stima infatti che ogni anno vengano prodotti 29 milioni di tonnellate di linter, oggi destinato all’inceneritore. I vantaggi di questa innovazione sono molteplici:

  • minor utilizzo di sostanze tossiche per la produzione di plastica;
  • plastica biodegradabile al 100% proveniente dalla trasformazione del linter;
  • minori emissioni di CO2 dovute a mancato incenerimento del linter;
  • maggiori guadagni per i produttori di cotone perché possono rivendere il linter.

Plastica biodegradabile: EarthBi

L’Italia figura tra i maggiori esportatori di rifiuti di plastica, attestandosi all’undicesimo posto su scala mondiale.

Un progetto interessante è rappresentato dal progetto EarthBi. Si tratta di un progetto complesso che si avvale della tecnologia blockchain per garantire la tracciabilità delle bioplastiche lungo tutta la filiera. In pratica, sarà possibile avere prova incontrovertibile per ogni manufatto finale realizzato con plastica vegetale.

Il ruolo strategico della blockchain

La blockchain è un sistema di registrazione non modificabile su cui si basano anche le criptovalute. In questo modo, ogni singolo passaggio all’interno della filiera di produzione di bioplastiche sarà rintracciabile:

  • dalla creazione delle biomasse provenienti dagli scarti di lavorazioni di origine naturale (cotone, trucioli di legno, ecc.);
  • alla produzione di PLA-Acido Polilattico: il nuovo materiale plastico biobased e biodegradabile;
  • fino alla realizzazione dell’oggetto di plastica finale, finalmente realizzato in plastica 100% biodegradabile.

Lo scopo della Blockchain è doppiamente strategico perché sta garantendo al progetto i finanziamenti per avviare le prime linee produttive. A oggi c’è un solo impianto in Italia, a Pomezia (RM), ma è già prevista l’apertura di impianti in Slovenia e a Malta.

Grazie all’economia virtuale è possibile accelerare la diffusione di plastica biodegradabile in modo esponenziale: bisogna passare dall’attuale 2% di bioplastica prodotta, alla riconversione dell’intero settore.

Bioplastica: l’importanza dei brevetti

L’importanza di queste scoperte è tanto più preziosa perché va in controtendenza con il progressivo calo di brevetti registrati negli ultimi anni nel settore tecnologie per l’ambiente. Un calo, in tal senso, significa minore innovazione all’interno dell’intero comparto.

Ciò può essere dovuto a molteplici fattori: uno fra tutti potrebbe essere attribuibile al fatto che i reparti di ricerca e sviluppo si stiano concentrando sul miglioramento delle tecnologie esistenti, e non più sull’investimento in nuovi progetti.

Resta però il fatto che questo calo preoccupa i ricercatori perché può rappresentare un freno alla diffusione delle tecnologie green su scala globale. Le innovazioni, infatti, hanno il compito di abbattere i costi e favorire la diffusione di una determinata tecnologia, fino alla conversione dell’intero asse produttivo.

Andò così quando si passò dal carbone al petrolio. Le innovazioni garantirono costi minori a favore del secondo, così da riconvertire in poco tempo l’intero sistema di approvvigionamento energetico basandolo sul petrolio. Un ritardo nelle innovazioni è preoccupante perché può rappresentare un freno al cambiamento globale a favore dell’ambiente e alla riconversione energetica in ottica green.

 



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